Due serate parigine
Quando sono a Parigi correre mi viene sempre un po' difficile. Ricordo che quando venni a vivere qui ero in un buon periodo, in termini di corsa. Ma la vita in città mi fece man mano allontanare da questa attività. Non riuscivo a trovare lo spazio e il tempo giusto per correre. L'aria puzzava troppo rispetto a quella delle campagne molisane, in cui avevo corso abbondantemente l'estate prima di spostarmi a vivere a Rue Jacques Coeur. Il piattume delle strade cittadine non mi restituiva la bellezza dei sentieri o delle stradine interpoderali. Così pian piano mollai il buon ritmo che l'estate mi aveva regalato.
In questi ultimi 3 giorni passati a Parigi, quindi, di istinto la sensazione era la stessa. L'unica sarebbe quella di andare di mattina presto, ma ho sempre difficoltà a mettermi in moto prima dell'alba, soprattutto per fare poi un giro di corsa su marciapiedi o strade, comunque in un ambiente decisamente urbano. La mia schiena e le articolazioni non sono mai contente, e trasmettono svogliatezza alla mente: un trucco che il corpo usa, evidentemente, per preservarsi. O, ancora meglio, nel bel mezzo della notte. Ma la sostanza non cambia. Non mi alzerò dal letto alle 3 per fare una corsa in città. Mi piace troppo perdermi nei sogni, o, più semplicemente, non sono mai riuscito a sconfiggere una certa pigrizia, ad eradicarla completamente. Ci provo da più di mezza vita a svegliarmi presto di mattina, ma riesco a farlo senza problemi solo per sciare, andare in mongolfiera, o per Artemis. Altrimenti soffro. E poi per la mia schiena di certo non è l'ideale svegliarsi e mettersi a correre, vorrebbe piuttosto che mi mettessi a fare yoga o qualcosa del genere.
Comunque, bando alle ciance.
La sera del 13 Ottobre, dopo aver cenato in un ristorante a Rue de l'Odeon, dove Lollo fa il cuoco in questo periodo, mi metto come mio solito a camminare per la città.Più che a camminare, meglio dire, a passià. Il dialetto funziona meglio per descrivere certe attività. Nel frattempo mi sento con Fabiano, che da poco ha iniziato a correre e, pian piano, ma molto velocemente, sta diventando un long distance runner, un amante della corsa meditativa su distanze lunghe. Mi racconta di una corsa che ha deciso di fare, estemporanea, dopo un pranzo pantagruelico, all you can eat o abbuffata che dir si voglia. Giusto, penso. Se non mi va di correre di notte o di mattina presto, resta disponibile solo un altro momento della giornata, che tra l'altro è quello in cui sono più sveglio: la sera tardi. Così torno a casa, ossia in ostello, nel Marais dalle parti di Pont Marie, lascio lo zaino, metto pantaloncini e maglietta e prima delle 23 sono pronto per uscire. Avrò già fatto dieci kilometri di camminata durante la giornata, visto che ho deciso di spostarmi a piedi e godermi l'aria fresca e il sole di questi giorni anziché marcire nella metro, quindi direi che il riscaldamento non serve. Devo solo fare attenzione al mio tendine d'achille destro, non vorrei averlo affaticato troppo durante la giornata. Alla fine non avrò nessun problema in termini di dolore, e spero che ciò rifletta una guarigione quasi completata del tendine che mi dà fastidio da metà Maggio.
Esco e mi butto subito sul lungosenna a bordo fiume all'altezza di Pont Marie, direzione nord ovest, verso la Torre, per capirci. Da lì è un susseguirsi di diversi elementi. Ragazzi e ragazze seduti a godersi la vita, qualche senzatetto, pochi a dire il vero, forse troppo pochi, una frattale skyline di Parigi da cui spunta la Torre, topi che corrono a destra e manca e a volte mi attraversano la strada, qualche corridore che mi saluta, asfalto o paves parisien, una gioia per le articolazioni!
E poi puzza di piscio e odore di erba di quella che si fuma - per quella che si calpesta a piedi nudi mi sa che dovrò aspettare un po'. Non so bene fin dove continuare, vado a occhio e alla fine mi ritrovo ad arrivare fino a Pont Alexandre III, decido poi di attraversarlo e di ritornare indietro sulla rive gauche, tutta d'un fiato fino a Pont de Sully. In mezzo, come sempre, amalgamati insieme passato presente e futuro, un paio di serate passate a Pont des Arts, delle ore passate da puri perdigiorno dopo la maturità sulla Quai Saint-Michel con gli amici di una vita, fotografie viste e riviste di sassofonisti solitari sotto qualcuno di questi ponti, l'allenamento che sto facendo, il pensiero che magari mia figlia un giorno si ritroverà a uscire in una di queste strade con i suoi amici o amori. D'un tratto mi ritrovo poi su Ile Saint-Louis, che banalmente è il mio angolo preferito in questa parte del mondo. Ne faccio il periplo e mi fermo che è quasi mezzanotte e ho girato per una decina di kilometri. Ma come mai non avevo mai corso a quest'ora di notte? Mi fermo che c'è ancora gente in giro a correre, non è che ho poi avuto un'idea tanto pazzesca. Semplicemente non l'avevo mai vista, nascosta dall'arredamento che avevo finora scelto per la mia vita, quello che va sotto il nome di abitudine. Che poi pensavo di non averne tante di abitudini, e invece non è vero proprio per niente. Tanto è vero che la corsa è una di queste.
Allora la sera dopo il copione si ripete. Non so bene cosa fare, di sedermi ad un locale a mangiare non se ne parla, mi accontento di una baguette con un po' di companatico. Semplicemente ci sono troppe opzioni a Parigi e io sono incline alle distrazioni e in questo contesto se non hai scelto una direzione ti perdi in un istante.
Su Rue des Deux Ponts noto due eleganti signorine, che normalmente direi due pezzi di gnocca se non stessi scrivendo un testo per un blog, che camminano accompagnate da un tipo bassino e brutto con un cappotto che deve aver comprato di seconda mano dall'ispettore Derrick. Vabbè. Per un po' facciamo la stessa strada, poi io vado a cambiarmi in ostello per iniziare la mia corsa. Stasera meno kilometri, lo prometto, non voglio esagerare, e me ne andrò un po' a zonzo nel quarto. Così parto, attraverso Rue Saint Antoine e percorro Rue du Roi de Sicile e poi da lì non ne ho più idea. Certamente Rue des Rosiers, ma poi è un labirinto in cui mi distraggo e non so più esattamente dove mi trovo. Di certo vorrei arrivare a Place des Vosges, ma non così direttamente, vorrei prima fare un giro e magari passare per qualcuna delle tante strade mai camminate in questo dedalo. La città è un pieno di contraddizioni, nel correre lo noto meglio, forse perché le immagini si susseguono ad una velocità che mette in risalto un certo tipo di contrasto. Quello che mi piace di più, questa volta, sono proprio i ragazzi che vivono ogni angolo del Marais e se ne fregano completamente di quelle che possono essere le mie interpretazioni di questo mondo che non ho mai capito e forse mai nemmeno davvero affrontato. I ragazzi che si baciano di Prevert se ne fregano di tutto ed è a quello che servono i baci, forse, a fregarsene di chi pensa troppo, dei topi che corrono ai bordi dei marciapiedi, del nome delle strade e di che ora o giorno sia.
Stavolta Parigi mi sembra comunque troppo pulita. Io credo che abbiano fatto piazza pulita, o quasi, di tutto ciò che rompe l'immagine della Ville Lumiere in cui tutto è jazz o letteratura, senza sapere che ciò non esisterebbe neanche senza sporcizia e povertà. Ma correndo li vedo lo stesso i senzatetto, vedo da dove sono stati cacciati, dove andranno a dormire più tardi la notte. Non penso minimamente al tragitto da fare, ad ogni angolo giro a destra o a sinistra a pura sensazione, e così facendo mi ritrovo a tornare per tre volte nella stessa viuzza e sono felicissimo. Mi sono perso, finalmente, lì dove non è possibile farlo. Distratto dai miei pensieri e dalla popolazione femminile della città. Giro un angolo e sedute ad un bar vedo due gemelle bionde di caratteristiche semidivine. Ok, mi sto distraendo, penso allora. In effetti mi sono distratto già da un pezzo. Riprendo il timone e mi dirigo verso Boulevard Beaumarchais e poi da lì mi ributto nelle stradine verso Place des Vosges. Giro l'angolo e al primo cafè chi vedo seduto? L'ispettore Derrick con le sue due ancelle che parlano inglese con un delicato accento francese, che sta lì a farsi una birra. Se il mondo è piccolo, Parigi lo è ancora di più.
Arrivo a Place des Vosges e ne faccio il giro due volte, ripenso a Luca che mi racconta di Jim Morrison, a Lello che aveva parlato a babbo di questa piazza, ai quattro Del Sordo che una dozzina di anni, qui si fecero fotografare in stile Abbey Road, e poi passo davanti al bar cileno Cap Horn ed è tempo di andare a farsi una doccia e dormire un po'. Un altro tassello mi unisce adesso a questa città.
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