Una sera sul Faeta
Tolgo la frontale dalla tasca, la metto in testa. Indosso la giacca di una tuta acetata che da poco ho ritrovato tra i vestiti che posseggo dall’adolescenza. Questa la mettevo per giocare a pallavolo.
La chiudo che comincio già a sentire il sudore che si raffredda sulla pelle. La vetta del Faeta è racchiusa tra le nuvole e il Sole è tramontato già da un po’ ad Asciano. Quassù, per fortuna, le giornate sono un po’ più lunghe. Più in alto si va, più lungo è il dì e più corta la notte. Mi butto in discesa e accendo la frontale. La sua luce rivela ciò che gli occhi da soli non vedrebbero, ossia una nube più presente di quanto pensassi. Così con la luce accesa vedo peggio che senza, e la corsa in discesa si fa più difficile. Allora la spengo e proseguo così, nella luce appena successiva al tramonto che fatica ad arrivare sul sentiero racchiuso tra i lecci del Faeta.
Lascio andare le gambe e scendo veloce, sembra che ad ogni passo i miei piedi diventino più consapevoli del terreno, capiscano quanto possano scivolare senza dirmi di preoccuparmi e le mia gambe si sentano più libere di saltare o frenare o spingere. La discesa dal Faeta è bella ma ripida, fino a che spiana per un pezzetto e così dopo dieci minuti mi ritrovo al Passo della Conserva, quasi trecento metri più in basso. Giro deciso a sinistra per inoltrarmi laddove il sentiero diventa di nuovo ripido e si dirige verso il villaggio diroccato di Mirteto, mentre diventa ancora più schermato dal cielo da una folta chioma di lecci, e d’improvviso mi ritrovo nella notte. Ma sono ormai più in basso delle nuvole e posso allora accendere la frontale. Respiro bene e mi sento fresco e già più pulito rispetto a dieci minuti fa, e ancora di più rispetto a un’ora e un quarto prima, quando muovevo i primi passi di salita.
Un paio di lampi scintillano in lontananza, non me ne preoccupo e sono già nel bel mezzo della nuova discesa. Le ombre diventano man mano più nitide, aumentano le radici e le rocce affioranti sul sentiero e la macchia si fa sempre più fitta. Appoggio deciso i bastoncini anche in discesa, per orientare i miei passi al meglio, ma ogni tanto me li lascio dietro al corpo per pigrizia e nel bosco apparentemente disabitato e silenzioso comincio a sentire un fruscio delle piante che mi insegue da vicino con un passo simile al mio. Allo stesso tempo, le ombre davanti a me si muovono con la stessa mia cadenza e velocità, dandomi l’impressione di presenze umane al mio fianco, costantemente sul punto di incombere sul sentiero davanti a me. Mi rendo conto allora di avere la mente completamente sgombra, a tal punto da lasciar spazio per l’ingresso di queste visioni, nient’altro che la risposta della natura alla mia presenza. In pochi minuti eccomi passare accanto alla chiesa scoperchiata di Mirteto, iniziare l’ultima parte di sentiero verso la civiltà e confrontarmi con nuovi pensieri che d’un tratto mi ritrovo davanti. Già, non so molto dei posti che ho attraversato e sono dietro casa, non conosco i nomi delle piante, non so che animali li abitino, non so se d’un tratto posso trovarmi di fronte ad un lupo o ad un cinghiale e tantomeno so come reagirei. Il sentiero lo conosco a memoria, ma saprei orientarmi se mi buttassi nella macchia, al di là del tracciato creato dal passare degli umani? Non saprei riconoscere quasi niente di cui possa cibarmi nel bosco e, in fondo, entrare da solo nel bosco all’incombere della notte mi crea sempre un fremito che mi fa domandare perché stia facendo ciò.
Lo so. Sono stato addomesticato da anni passati in ambiente urbano, e incontrarmi di nuovo con la mia vera natura mi crea sempre un turbinio di sensazioni che a volte mi accarezza e altre mi sconvolge, a volte mi gira attorno come un vortice di sogni e altre mi trascina con sé e sconquassa la mia calma sbattendomi sul mondo fino a farmi risvegliare. Ma non è questa una cura?
Una luce mi si avvicina salendo, è un’altra persona. La saluto e faccio in tempo a dirgli che in cima è pieno di nuvole mentre gli passo affianco. Mi risveglio dai miei pensieri che sono già al ponticello che attraversa il rio di Mirteto e porta verso il Cisternone, su un sentiero che ormai è sempre più largo e presto si trasformerà in strada asfaltata, senza alberi a proteggermi dal mondo. Il temporale è sempre più vicino intanto, arrivo di fronte casa che cadono già le prime gocce, e pochi minuti dopo sarà un gran scrosciare d'acque, elettricità e rimbombi di tuoni.
Ho corso veloce in discesa, le gambe già posso sentirle pesanti ma il respiro è contento e il cuore soddisfatto. Voglio ritornarci presto, su questo sentiero fisico e mentale che ho ritrovato questa sera.
Comments
Post a Comment