Una sera sul Faeta
Tolgo la frontale dalla tasca, la metto in testa. Indosso la giacca di una tuta acetata che da poco ho ritrovato tra i vestiti che posseggo dall’adolescenza. Questa la mettevo per giocare a pallavolo. La chiudo che comincio già a sentire il sudore che si raffredda sulla pelle. La vetta del Faeta è racchiusa tra le nuvole e il Sole è tramontato già da un po’ ad Asciano. Quassù, per fortuna, le giornate sono un po’ più lunghe. Più in alto si va, più lungo è il dì e più corta la notte. Mi butto in discesa e accendo la frontale. La sua luce rivela ciò che gli occhi da soli non vedrebbero, ossia una nube più presente di quanto pensassi. Così con la luce accesa vedo peggio che senza, e la corsa in discesa si fa più difficile. Allora la spengo e proseguo così, nella luce appena successiva al tramonto che fatica ad arrivare sul sentiero racchiuso tra i lecci del Faeta. Lascio andare le gambe e scendo veloce, sembra che ad ogni passo i miei piedi diventino più consapevoli del terreno, cap...